Lamb
Lamb

Lamb

Una tormenta persistente.
Un paesaggio innevato e isolato, appena percettibile.
Una presenza inquietante, quasi animalesca, attraverso i cui occhi vediamo il mondo circostante.
Un viaggio che sembra concludersi in una stalla di pecore. Dissolvenza.

Il film riprende in una fattoria isolata nel paesaggio islandese, portandoci a seguire le attività quotidiane di una coppia di allevatori e coltivatori, Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Björn Hlynur Haraldsson). Il rapporto tra i protagonisti è glaciale, lavorano insieme, vivono insieme, fanno nascere le pecore insieme ma non si parlano mai e a malapena si guardano. Vanno avanti per inerzia, sembrano sopravvivere, bloccati in un rapporto incrinato.

Il silenzio è persistente, per quasi metà del film verranno pronunciate pochissime parole, siamo immersi nei suoni dell’ambiente e degli animali.

Gli animali, presenza massiva del film, conoscono e percepiscono cose che i protagonisti umani ignorano. Sempre presenti, all’erta, in ascolto.

E’ attraverso il miagolio del gatto di casa, il pianto del cane pastore e il belare ossessivo delle pecore, che veniamo guidati nella storia, scrutiamo l’ambiente, prevediamo in anticipo l’arrivo di eventi ineluttabili.

E’ così solenne la rappresentazione visiva e l’utilizzo dei rumori naturali che si potrebbe seguire tutta la storia senza bisogno dei sottotitoli, ogni dettaglio del film sarebbe ugualmente comprensibile.

Una mattina accade un evento anomalo, una delle pecore dà alla luce una creatura insolita.
Non è un agnellino. O meglio, non solo.

La coppia di protagonisti reagisce stranamente bene a questo evento, si innamora del nuovo nato e lo trasferisce in casa per accudirlo e crescerlo, di fatto strappandolo alla madre naturale.

Un atto sottilmente crudele, un grave egoismo, causa di una successione di eventi fatali ma necessari per ristabilire l’equilibrio naturale.

Questo è “Lamb”, opera prima dell’islandese Valdimar Jóhannsson e possiamo dire che, secondi solo ai giapponesi, gli islandesi sono matti come dei cavalli. E li amiamo tantissimo.

Nella quasi totalità dei film islandesi, il paesaggio dell’isola è dominante e Lamb non fa eccezione, anzi. Le immense distesi islandesi, le montagne vulcaniche, il ghiaccio, la neve, la terra nera, il vento sferzante.

La natura domina.

Una natura incombente in ogni inquadratura, meravigliosa da togliere il fiato, malinconica, desolante, crudele.

In “Lamb” hai la sensazione che la natura e gli animali ci siano sempre stati, un connubio di due elementi presenti dalla notte dei tempi, profondamente legati, possessori di conoscenze ancestrali e terribili.

Gli umani sono solo delle comparse, inconsapevoli, ciechi di fronte alla vera forma di quello che li circonda, ignoranti delle forze viscerali della natura.

E’ difficile collocare “Lamb” in un genere specifico, attraversa il folklore, l’orrore, il fantastico, il dramma. Una fiaba nera è la definizione più appropriata.

Per la cruda trasposizione di leggende nordiche in una realtà attuale potrebbe accostarsi a “Border” di Ali Abbasi; per la presenza carnale e densa della natura e il sapiente utilizzo di suoni e silenzi ricorda “Hagazussa – La strega” di Lukas Feigelfeld.

L’incredulità è la prima reazione che si prova durante la visione. Increduli nel guardare la formazione di questa strana famiglia.
E quando giunge inspettato alla fattoria Petur, fratello e cognato dei due protagonisti, è confortante scoprire che non siamo i soli, tanta è l’incredulità e lo stupore che si dipinge sul volto del povero parente.
E quasi in contemporanea con lui, viene da esclamare cosa diavolo stiamo guardando.

Più che un film, un’esperienza.

P.S.
“Lamb” è stato premiato per l’originalità nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes (ma state tranquilli, nonostante questo è un ottimo film) e vincitore del Festival del Cinema Fantastico di Sitges.

Paese: Islanda
Regia: Valdimar Johannsson
Anno: 2021
Impressione: Un piccolo gioiello